Da dove è nata l’idea di questa iniziativa

L’idea è stata la conseguenza della lettura e dell’approfondimento dalla Laudato sii avvenuta nel gruppo dell’osservatorio socio politico di AC.

In sintesi:

  • l’ecologia integrale a cui ci richiama l’enciclica costituisce qualcosa di ben più grande e di ben più profondo che una – pur importante sensibilità verso l’ambiente e le sue attuali questioni – è un modo di ripensare la qualità della vita umana dentro una fitta serie di relazioni e interazioni che impongono una cura quotidiana dei nodi più fragili e vulnerabili della rete.
  • È questo un approccio partecipato, che sollecita le responsabilità di ciascuno, un processo che ci coinvolge nella ricerca delle soluzioni che chiede empatia, trasparenza e dialogo ossia capacità di integrare competenze, sensibilità e visioni.
  • E la forza di questa catena si misura dalla tenuta dell’anello più debole perché tale approccio integrale passa attraverso una prospettiva ben precisa: quella dei deboli, dei fragili, dei vulnerabili.
  • Siamo tutti a conoscenza che la grande questione politica del nostro tempo è la riduzione della povertà e l’accesso ad una vita dignitosa di una vasta parte della popolazione mondiale, una questione aggravata dal progressivo arretramento nella scala sociale della cosiddetta classe media che sta dischiudendo uno scenario di profonde e radicali trasformazioni geopolitiche e una nuova mappa del potere economico e finanziario.

Inoltre la contrapposizione di fronte alla quale oggi la società e la Chiesa devono fare le proprie scelte, riguarda la contrapposizione tra l’incontro e l’esclusione.
«Sono due culture opposte – dice papa Francesco –, la cultura dell’incontro e la cultura dell’esclusione, la cultura del pregiudizio, perché si pregiudica e si esclude».
E non è difficile intravedere le ferite che la «cultura dello scarto e del pregiudizio» lasciano ogni giorno nella comunità umana.
Si scarta ciò che è rite­nuto inutile, ciò che non corrisponde ai cliché omologanti di una mentalità consumistica ed efficientista tanto diffusa nelle società occidentali, ma che si sta espan­dendo anche in altre culture.
Non possiamo «rassegnarci a quella “cultura dello scarto” e del consumismo esasperato che grida nelle fin troppe situazioni in cui gli esseri umani sono trattati come oggetti, dei quali si può programmare la concezione, la con­figurazione e l’utilità, e che poi possono essere buttati via quando non servono più, perché diventati deboli, malati o vecchi».

E quando abbiamo deciso di assumerci la nostra responsabilità, di “fare la nostra parte” tentando di individuare percorsi, innestare processi, tentare qualche timida risposta ci siamo trovati davanti a un mare magnum di situazioni e di casistiche umane e sociali e forme di perifericità esistenziale: i senzatetto che vivono nelle strade della i città, gli emigranti e i rifugiati politici, i profughi, i malati (specialmente quelli cronici e terminali, o colpiti dalla piaga mai debellata dell’AIDS), chiunque viva una forma di dipendenza (dall’alcool, dalla droga, dal gioco), i carcerati.
A essi aggiungiamo i giovani disoccupati e quelli discriminati da gravi forme di bullismo, le famiglie immerse in situazioni di disagio sociale, le persone colpite da gravi calamità naturali, interi paesi che vivono nell’ombra del terrorismo locale o internazionale, oppure in tutte quelle situazioni tipiche di «una terza guerra mondiale vissuta a pezzetti», per dirla ancora con le parole di papa Francesco.

A quale di queste situazioni con la nostra iniziativa di solidarietà volevamo rivolgerci?

Tra le tante abbiamo scelto di mettere sotto la lente di ingrandimento tutte quelle forme di nuova povertà che caratterizzano, nella nostra società postmoderna, alcune situazioni di vulnerabilità sociale sempre a un passo dal crollo nel baratro della miseria: e qui, gli «esclusi» sono coloro che faticano ad accedere alla vita sociale, o per i quali si crea uno svantaggio generalizzato come somma di più condizioni legate alla qualità relazionale e ai bisogni sociali.

E tra queste abbiamo deciso, come associazione, di guardare ai giovani disoccupati e di scendere in campo per loro nella consapevolezza che «la degradazione di non trovare lavoro, avendone le attitudini e la volontà, mortifica e inasprisce» (Federico Caffè).

Come?

Avviando processi e generando connessioni mettendo a disposizione un luogo fisico che riescano a far incontrare tutti, per dar luce a cose nuove.

E chi meglio di noi di AC lo può fare? In associazione abbiamo adulti con esperienza, competenze e professionalità, abbiamo 700 giovani associati che nell’arco di pochissimo tempo si affacceranno al mondo del lavoro.

 In una civiltà che sempre più sogna il consumo dobbiamo tornare a sognare il lavoro, e sognandolo, renderlo possibile.
Non è facile mi vorrete dire, ma perché non provarci?

Perché ognuno di noi non può pensare a un giovane senza lavoro e adoperarsi per lui o per lei? Stargli a fianco per fare emergere e rendere visibili a lui e agli altri le sue potenzialità, i suoi talenti. Non possiamo farlo per tutti i giovani, ma per uno sì.
Il ruolo degli adulti non è quello di trovare un lavoro ai giovani bensì di fare scoprire la pasta di cui essi sono fatti.

E con questa iniziativa vogliamo anche lanciare un messaggio di speranza, perché, in fondo, è ancora possibile, e pure bello ed entusiasmante, abitare le periferie dell’umanità presenti sul nostro territorio, sul territorio delle nostre parrocchie, nella misura in cui operiamo una radicale conversione pastorale che, prima ancora che al cambio di strutture punti, in noi e nelle nostre comunità, a un serio cambio di mentalità.

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